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A QUANDO NUOVE LEGGI PER FAVORIRE L’OCCUPAZIONE?

A QUANDO NUOVE LEGGI PER FAVORIRE L’OCCUPAZIONE?Il problema dell’occupazione interessa chiunque, giovani e non, alla disperata ricerca del famigerato “posto di lavoro”.

C’è chi insegue i suoi sogni, portati avanti attraverso studi che hanno trasformato i suoi castelli in aria in solide ambizioni e chi, ormai col trascorrere del tempo, si è disilluso, e quindi aspira semplicemente ad un lavoretto, qualunque esso sia, che gli consenta di potersi costruire un solido futuro.

Il Parlamento italiano ha varato negli anni numerose leggi in aiuto della disoccupazione, con particolare riguardo a quella giovanile.

Di speciale valore storico-sociale è la legge numero 863 del 1984 che ha avviato i giovani di età compresa fra i quindici e i ventinove anni, regolarmente iscritti nelle liste di collocamento, verso i contratti di formazione e lavoro. Si tratta di contratti di lavoro a tempo determinato, per un periodo massimo di due anni, caratterizzati da attività di formazione professionale alle dipendenze di un imprenditore che, come contropartita da parte dello Stato, fruisce di specifici sgravi nel versamento dei contributi obbligatori.

Al termine del contratto, il giovane, che può essere assunto dalla stessa ditta presso la quale si è formato, riceve un attestato che certifica il tirocinio professionale svolto e che è, pertanto, immediatamente spendibile nel mercato del lavoro.

Sfortunatamente, come troppo frequentemente accade, i contratti di formazione e lavoro hanno raggiunto solo in parte gli obiettivi prefissati e non sono stati pochi i casi di abusi.

Un’altra importante legge per favorire l’occupazione è la legge Treu, così chiamata in onore del ministro del lavoro Tiziano Treu che l’ha presentata. Stiamo parlando della legge numero 196 del 1997 che ha offerto un’opportunità d’impiego ai giovani residenti nel Mezzogiorno e nelle province più colpite dalla disoccupazione.

La legge consta di due strumenti: i lavori di pubblica utilità con progetti simili a quelli dei lavori socialmente utili (ad esempio servizi alle persone, recupero dei beni culturali, tutela dell’ambiente…) e le borse di lavoro per svolgere tirocinio in aziende medio-piccole, in studi professionali, in laboratori di artigianato, nel settore manifatturiero, nel commercio, in alberghi e ristoranti, nel settore dei trasporti e delle comunicazioni…

Il problema della mancanza di lavoro è, senza dubbio, estremamente complesso e non può essere avviato a soluzione senza l’azione energica e coordinata di tutte quelle forze istituzionali e sociali cui è demandato l’arduo compito di incanalare il consesso civile verso strade di civiltà e di progresso. Nello specifico, il fenomeno dei ragazzi che abbandonano la scuola per lavorare in nero è uno dei fenomeni più vistosi ed è l’inquietante segnale di una crisi economica e morale senza precedenti, una situazione di grande emergenza che impone radicali interventi di risanamento politico ed economico uniti a mirare azioni di vigilanza e di repressione degli illeciti.

La scuola è chiamata ad un’efficace opera preventiva nel senso di creare le condizioni per la fruizione delle migliori opportunità educative, ma ciò non è sufficiente se poi il minore, una volta rientrato a casa al termine delle attività scolastiche, si trova dinanzi ad usuali situazioni di degrado e ad urgenze di natura economica che fanno passare in secondo piano tutti i precedenti risultati formativi.

Il fenomeno è stato ampiamente analizzato a vari livelli. E’ ora, dunque, di abbandonare l’ormai sterile retorica dei convegni e delle tavole rotonde sul tema ed accantonare gli interventi episodici ed estemporanei per progettare tutti insieme, ciascuno per la propria parte di competenza, nuovi scenari di vita civile e far entrare così il nostro Paese in Europa a tutti gli effetti. Perché per quanto riguarda la questione “lavoro”, siamo ancora lontani anni luce dai nostri partner comunitari.

 

Raffaella Calemme

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